hoverboard

Chi non vuole i monopattini elettrici?

Il 27 luglio sono entrate in vigore a Milano le nuove norme che regolano l’utilizzo dei cosiddetti micro-veicoli di mobilità elettrica: monopattini elettrici, segway e hoverboard, oltre ai classici skateboard. Le regole si erano rese necessarie sia per l’improvvisa diffusione di mezzi del genere in città, con la presenza di società che consentono di noleggiarli per brevi periodi come in altre grandi città europee e statunitensi, sia per l’approvazione di uno specifico decreto ministeriale che i comuni sono tenuti a recepire.

A Milano, Roma e Torino – come a Parigi o Los Angeles – questi mezzi ecologici sono diventati nel giro di pochi mesi parte integrante del paesaggio: girando per il centro se ne vedono sfrecciare per le strade in continuazione. Una diffusione così rapida che ha spinto molti a chiedersi se siano sicuri e, non essendo previsti dal Codice della strada, come gestirne il flusso.

Il 4 giugno, il ministro dei Trasporti aveva firmato un decreto che già fissava alcuni punti fermi: i monopattini elettrici possono circolare solo su aree pedonali, aree miste pedonali-ciclabili, piste ciclabili e strade con limite di velocità a 30 chilometri all’ora. Niente marciapiedi né strade a normale percorrenza.
Il decreto prevede anche altre regole: la potenza massima del motore elettrico deve essere di 500 watt, i monopattini devono essere dotati di un segnalatore acustico e per usarli di notte occorre indossare un giubbotto catarifrangente. Gli utenti devono essere maggiorenni oppure avere il patentino per i motorini.

Tale quadro di regole è stato definito “sperimentale”, valido al massimo per due anni, in attesa di diventare definitivo. Ma nel recepire il decreto, il Comune di Milano è andato ben oltre: ha previsto che circolazione dei mezzi previsti dal decreto sia consentita soltanto nelle aree pedonali, cioè i parchi e le piazze destinate esclusivamente ai pedoni, a condizione che la velocità del mezzo non superi i 6 chilometri all’ora.
Peccato che la maggior parte di queste aree non siano collegate fra loro, rendendo di fatto impossibile utilizzare i nuovi mezzi elettrici per spostarsi da una zona all’altra della città, a meno di infrangere la legge.

L’ennesimo pasticcio all’italiana.

Di fronte ai fenomeni di innovazione, nel nostro Paese la mano pubblica arriva sempre tardi, sempre in affanno e in emergenza. E naturalmente, non sapendo come gestire i fenomeni, con provvedimenti di divieto.
La micro-mobilità elettrica poteva – e ancora potrebbe – essere una grande opportunità per decongestionare il traffico e i parcheggi, per ridurre l’inquinamento, per migliorare tempi di percorrenza e qualità della vita; invece ci limitiamo a spaventarci per l’invasione, a temere ulteriori sviluppi, a dipingere i più foschi tra gli scenari.

L’Italia è il principale produttore di biciclette (di qualità), la gran parte delle quali destinata ai mercati esteri: i nostri settori produttivi e la nostra economia sono pronti ad accettare la sfida della mobilità elettrica, così come i cittadini – correttamente educati – potrebbero avere solo vantaggi dalla evoluzione dei trasporti ecologici. Perché sappiamo solo vietare?